Il 18 aprile 2025 ho mandato una mail di due righe:
«Buongiorno, sono un farmacista che si occupa di formazione e vorrei proporre un testo da pubblicare. Potrei sapere quale iter si segue in questi casi?».
Solo una domanda, senza sinossi e senza presentazioni. L’ho spedita di venerdì, con la sensazione di chi suona a un campanello sperando quasi che non risponda nessuno. Dieci giorni dopo ha risposto Esculapio. Una mail gentile, che mi invitava a sentirci in una call per confrontare il loro percorso di pubblicazione con la mia idea. Da quelle due righe è partito un anno di lavoro, fatto di bozze e di revisioni, e di parecchie notti passate a sistemare tabelle e a rileggere per l’ennesima volta lo stesso paragrafo. Si è chiuso con un volume di 410 pagine, intitolato Farmacia Clinica di Comunità — Le piccole patologie al banco. Questo è il racconto di come è nato. Ma soprattutto del perché.
Un’idea rimasta a lungo nel cassetto
Per anni mi sono raccontato che non era il momento. Che mi mancava qualcosa: l’esperienza giusta, o forse solo il coraggio. È la stessa storia che sento ripetere da tanti colleghi, e che riconosco bene perché l’ho recitata a me stesso a lungo. Hai in testa un libro, un corso, un progetto, magari da anni, e aspetti di sentirti finalmente pronto. Quel momento perfetto, però, non arriva mai, e nel frattempo l’idea resta lì, a prendere polvere. Il libro che avevo in mente, intanto, era piuttosto preciso. Non volevo l’ennesimo manuale che spiega la farmacologia per molecole e meccanismi e che poi resta sullo scaffale. Volevo un testo che partisse dalle situazioni vere, quelle che arrivano al banco ogni giorno, e che desse al farmacista gli strumenti per affrontarle con metodo.
Perché proprio questo libro
Ogni giorno milioni di persone portano i loro sintomi in farmacia prima ancora di chiamare il medico. Chiedono e raccontano, e a volte tirano fuori dalla borsa la scatola di quello che già prendono. E noi rispondiamo: valutiamo la situazione e, quando serve, indirizziamo al medico. Compiamo, nei fatti, un atto clinico, anche quando non lo chiamiamo così. È da questa convinzione che nasce tutto. «Farmacia clinica», di solito, fa pensare all’ospedale, ed è lì che il termine ha messo radici. Aggiungere «di comunità» è stata una scelta precisa, quasi una presa di posizione: il ragionamento clinico serve anche dietro al banco, dove il farmacista territoriale vive in una posizione tanto scomoda quanto affascinante, sospeso tra il consiglio e la diagnosi. Non può diagnosticare, e non deve. Però non può nemmeno limitarsi a consegnare scatole.
Per starci dentro con consapevolezza servono strumenti, e il libro prova a darli. Affronta le piccole patologie del banco una per una, con le basi anatomofisiologiche essenziali, le caratteristiche di ciascun disturbo, le evidenze sui farmaci e sui rimedi, e le domande giuste da fare alla persona che ho davanti. Ho costruito ogni capitolo attorno ad alcuni box ricorrenti, perché volevo un testo da consultare al volo, anche con la fila davanti: le bufale a cui non credere, i colpi di genio che semplificano il consiglio, i campanelli d’allarme che impongono l’invio al medico. Perché sapere quando fermarsi conta quanto sapere cosa consigliare.
C’è poi un filo che tiene insieme tutto, e che viene da molto prima di questo libro. Ci credo da sempre: l’informazione sui farmaci dovrebbe essere libera da conflitti di interesse e basata sulle evidenze, non sui messaggi promozionali. È lo stesso motivo per cui anni fa ho fondato un bollettino indipendente. Questo volume, in fondo, è la versione lunga di quella stessa idea.
Una prefazione che è una dichiarazione
Per la prefazione ho chiesto a Mauro Miselli, e non è stata una scelta di facciata. Miselli ha dedicato la sua attività all’informazione indipendente sui farmaci, e nei ringraziamenti scrivo che ha posto le basi di questo libro senza saperlo. È letteralmente così: il suo modo di leggere criticamente uno studio ha formato il mio, molto prima che pensassi di scrivere queste pagine. Nella prefazione riassume il nostro mestiere in tre verbi, riconoscere, valutare, consigliare, che sono poi la traiettoria che ho cercato di seguire capitolo dopo capitolo. Avere il suo nome in apertura, per me, vale come dichiarare da che parte sto.
Cosa mi ha lasciato
Adesso che il libro esiste, e che lo tengo in mano con la copertina vera invece che come file sullo schermo, la cosa che mi resta più impressa non è il volume in sé. È quella mail di due righe del 18 aprile. La lezione che ne ho tratto è semplice e perfino un po’ banale: spesso basta mandare la mail, anche se non è quella perfetta che avresti voluto scrivere. Il resto, dalle bozze alle notti storte, viene dopo, un pezzo alla volta. Senza quel primo gesto, fatto con le mani che tremano appena, non sarebbe esistito niente. Se hai anche tu un progetto fermo da qualche parte, prendi queste righe come una piccola spinta. Il momento giusto, con ogni probabilità, è adesso. Se intanto sei curioso di sfogliarlo, Farmacia Clinica di Comunità — Le piccole patologie al banco è uscito per la Società Editrice Esculapio. Puoi acquistarlo qui e qui (Amazon).

